Davvero chi sbaglia impara?
- Giada Vettorato

- 4 giorni fa
- Tempo di lettura: 6 min
Perché continuiamo a ripetere gli stessi errori con i nostri figli preadolescenti.
“Chi sbaglia impara” è uno di quei detti che non mi hanno mai convinto fino in fondo, perché se bastasse davvero commettere uno sbaglio per imparare la lezione, sarebbe difficile spiegare come mai continuiamo spesso a ripetere gli stessi errori.
Allo stesso tempo, credo che tutti abbiamo fatto esperienza del contrario: ci sono errori che, dopo averli vissuti, ci cambiano davvero e trasformano il nostro modo di comportarci.

Quando andavo alle medie avevo due amiche inseparabili. Eravamo “le tre dell’Ave Maria” e passavamo insieme praticamente ogni momento libero.
Un pomeriggio ero al telefono con una di loro e, come spesso succede quando si parla di qualcuno che non è presente, il discorso finì inevitabilmente sull’altra nostra amica. All’inizio erano osservazioni innocue, poi il tono cambiò lentamente e quella conversazione scivolò verso una critica velata, fino a diventare un vero e proprio giudizio.
Ricordo ancora mia mamma che, dopo aver agganciato la cornetta, mi disse:
“Non si parla delle persone quando non ci sono perché non possono dire la loro”.
Io mi misi subito sulla difensiva, dicendo che non avevamo detto nulla di cattivo e che erano cose che la nostra amica già sapeva, però sotto sotto mi sentii sleale. Quella sensazione mi rimase addosso perché, anche se cercavo di giustificarmi, sapevo di non essermi comportata da amica.
Poco tempo dopo quell’episodio fu uno dei motivi della rottura temporanea della nostra amicizia a tre e io ne soffrii davvero tanto, così tanto da ripromettermi di non farlo mai più.
Sarebbe bello poterti dire che da quel giorno non mi è mai più capitato, ma non sarebbe vero.
Ancora oggi, da adulta, a volte mi ritrovo in conversazioni che, molto velatamente, altro non sono che critiche verso qualcuno che non può difendersi. Qualche volta riesco a sottrarmi, altre volte faccio più fatica e in alcuni momenti, anche se non mi fa onore ammetterlo, sono perfino io a iniziarle, perché a volte è più facile parlare delle disgrazie degli altri che guardare alle proprie.
Quindi potresti dirmi:
“Allora non hai imparato nulla”.
In realtà molto è cambiato, perché oggi, quando succede, è come se riuscissi a vedermi dall’esterno. Capisco cosa sto facendo, non mi nascondo più dietro false giustificazioni e, la maggior parte delle volte, riesco a fermarmi oppure perfino a dire:
“Non mi sembra giusto parlarne quando quella persona non c’è”.
Ti assicuro che sembra una cosa semplice, ma per una persona come me, che da sola riesce a fare discorsi lucidissimi salvo poi davanti agli altri accondiscendere, è tanta roba.
Perché alcune esperienze ci cambiano e altre no?
Tutto questo mi ha portata a riflettere su una domanda:
Perché alcune esperienze ci cambiano davvero mentre altre continuano a ripetersi?
Dipende dal contenuto dell’esperienza? Non credo.
Dipende dalle persone coinvolte? Anche questo non mi convince fino in fondo.
Per cercare una risposta mi sono imbattuta negli studi dello psicologo James W. Pennebaker, uno psicologo sociale statunitense che si è occupato a lungo del rapporto tra emozioni, linguaggio e salute.
Negli anni ’80 Pennebaker fece un esperimento molto semplice e, proprio per questo, molto interessante. Chiese a un gruppo di studenti universitari di dedicarsi alla scrittura per circa 15-20 minuti al giorno, per diversi giorni consecutivi, descrivendo le esperienze più difficili e dolorose che avevano vissuto.
Il punto però non era semplicemente raccontare i fatti. Attraverso alcune domande, Pennebaker cercava di guidarli a esplorare più in profondità i pensieri, le emozioni provate e il significato che quegli eventi avevano avuto nella loro vita.
A un altro gruppo, invece, chiese di scrivere in modo neutro e descrittivo la propria giornata.
Dopo alcune settimane notò che le persone che avevano scritto delle proprie emozioni stavano meglio.
Riferivano meno stress, maggiore chiarezza mentale, miglioramento dell’umore e una maggiore capacità di dare senso alle esperienze vissute.
Pennebaker comprese che il beneficio non dipendeva dal semplice fatto di “svuotare la testa”, ma dalla possibilità di rielaborare ciò che era accaduto.
Cos’è la meta-riflessione?
In psicologia si parla di meta-riflessione per indicare la capacità di osservare i propri pensieri, le proprie emozioni e i propri comportamenti da una prospettiva più consapevole.
In altre parole, per imparare davvero da un’esperienza abbiamo bisogno di fermarci, farci le domande giuste e collegare quello che è successo con quello che sentiamo, con la nostra storia e con i nostri automatismi.
Possiamo chiederci, per esempio, perché abbiamo reagito in quel modo, cosa ci ha ferito davvero, quale automatismo si è attivato e che significato stiamo dando a ciò che è successo.
È questo processo che trasforma un’esperienza in apprendimento.
Quando ci limitiamo a sfogarci
Se vivi qualcosa che ti ferisce, per esempio una reazione che continui ad avere con i tuoi figli, e lasci quell’esperienza soltanto nella tua testa oppure ti limiti a sfogarti con qualcuno, spesso quella matassa di emozioni resta aggrovigliata esattamente com’era prima.
Magari ti senti momentaneamente alleggerita, però quella sensazione di sollievo non sempre diventa comprensione.
L’esperimento di Pennebaker fu geniale proprio per questo: mostrò quanto parlare di qualcosa che ci preoccupa o cercare uno sfogo emotivo possa non bastare a produrre un cambiamento reale, mentre ciò che ci permette di fare davvero tesoro delle esperienze è la loro rielaborazione.
La giusta distanza emotiva
Quando ho letto questi studi ho avuto un’illuminazione, perché in fondo succede anche con la vista.
Per mettere a fuoco qualcosa abbiamo bisogno della giusta distanza. Se qualcosa è troppo lontano non riusciamo a vederlo bene, ma quando ci avviciniamo troppo quell’oggetto perde i contorni e diventa sfocato.
Credo che funzioni così anche con le nostre esperienze emotive.
Quando siamo completamente immersi nella rabbia, nel senso di colpa o nella frustrazione, facciamo fatica a comprendere davvero quello che stiamo vivendo. Vediamo solo pezzi confusi e continuiamo a reagire sempre nello stesso modo.
Per trasformare un’esperienza in apprendimento abbiamo bisogno di una giusta distanza emotiva, abbastanza vicina da permetterci di sentire quello che è accaduto e abbastanza ampia da riuscire finalmente a vederlo.
Perché la scrittura espressiva può aiutarti davvero
La scrittura può diventare uno strumento potentissimo proprio perché costringe il cervello a rallentare, a mettere ordine, a trovare le parole e a dare un significato a ciò che abbiamo vissuto.
Mentre scriviamo, quell’esperienza smette lentamente di essere soltanto un peso informe che ci trasciniamo addosso e inizia a trasformarsi in qualcosa che possiamo comprendere.
L’autoconsapevolezza non ci rende perfetti e non ci impedisce di sbagliare ancora, però cambia il modo in cui stiamo dentro ai nostri errori, riduce la frequenza con cui ripetiamo certi automatismi, accorcia il tempo che impieghiamo a riconoscerli e forse ci rende anche un po’ più gentili con noi stessi mentre impariamo.
TALEA: un percorso di scrittura espressiva e auto-riflessione
Da tutte queste riflessioni è nato TALEA, un percorso di scrittura espressiva e auto-riflessione che ho creato per accompagnarti a fermarti, osservarti e comprendere meglio non solo i tuoi figli, ma anche te stesso dentro alla relazione.
A volte passiamo così tanto tempo a cercare di capire i comportamenti dei nostri figli da dimenticarci di osservare cosa succede dentro di noi mentre li viviamo.
E ora tocca a te.
L’estate sta per iniziare e, se ci pensi, tre mesi passano velocemente. Forse potrebbe essere un tempo bello da dedicare anche a te stessa. Un tempo per rallentare, osservarti con più consapevolezza e iniziare finalmente a mettere ordine dentro quelle emozioni, quei pensieri e quegli automatismi che spesso, nella frenesia quotidiana, restano soltanto rumore di fondo.
Perché crescere dei figli significa inevitabilmente incontrare anche parti profonde di noi stessi. E qualche volta il cambiamento più importante non nasce dal tentativo di cambiare subito ciò che facciamo, ma dal riuscire finalmente a comprendere perché continuiamo a farlo.
A presto
G
Bibliografia
James W. Pennebaker & Beall, S. K. (1986). Confronting a traumatic event: Toward an understanding of inhibition and disease.
Pennebaker, J. W. (1997). Writing about emotional experiences as a therapeutic process.
Smyth, J. M. (1998). Written emotional expression: Effect sizes, outcome types, and moderating variables.
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