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"Brutte compagnie" in preadolescenza:

Aggiornamento: 12 gen

Come orientarsi tra sviluppo, rischio e ruolo genitoriale


Qualche settimana fa ho partecipato a una diretta nella community La Tela, insieme a Carlotta Cerri, uno spazio di confronto molto attento ai temi educativi e relazionali.Durante l’incontro ho risposto alle domande che i genitori avevano inviato nei giorni precedenti e, tra tutte, una ha catalizzato l’attenzione più delle altre.

Una domanda semplice nella forma, ma complessa nelle implicazioni educative:

“Cosa fare quando gli amici dei figli ci sembrano una cattiva compagnia?”

È una domanda legittima, carica di preoccupazione e, spesso, di disorientamento. Ma per poter rispondere in modo educativo — e non solo reattivo — è necessario fare alcuni passaggi di chiarimento, sia sul piano evolutivo sia su quello relazionale.

La metafora del seme: cosa succede quando non vediamo nulla
cattive compagnie in preadolescenza

Che cos’è davvero l’amicizia in età preadolescenziale

In psicologia dello sviluppo, l’amicizia viene definita come una relazione volontaria, reciproca e relativamente paritaria, caratterizzata da scambio emotivo, fiducia e progressiva intimità. Si tratta di una relazione orizzontale, diversa da quelle verticali (genitori, insegnanti), e proprio per questo centrale nella costruzione dell’identità.

Durante la preadolescenza, le amicizie assumono una funzione specifica: diventano uno spazio di sperimentazione del Sé. Non servono solo a “stare bene” o a socializzare, ma a testare ruoli, limiti, linguaggi e appartenenze.


Due processi spiegano bene perché certe amicizie nascono proprio in questa fase:

  • Similarità: ci si avvicina a chi condivide vissuti, interessi, tratti emotivi o momenti di vita simili.

  • Complementarità (o compensazione): ci si avvicina anche a chi incarna possibilità diverse dalle proprie, che permettono di osservare e valutare alternative identitarie.

Questi meccanismi non indicano automaticamente un rischio: sono processi normativi dello sviluppo.


Quando un cambiamento non è un segnale d’allarme (ma di crescita)

Molti genitori iniziano a preoccuparsi quando notano cambiamenti nel comportamento dei figli: maggiore opposizione, linguaggio più provocatorio, bisogno di privacy, riduzione della condivisione.

E' questo che li spaventa e spesso accusano le amicizie di qualcosa che sarebbe stato inevitabile: il cambiamento, che di per sé, non è un indicatore di cattiva influenza, ma di evoluzione.

In preadolescenza è in atto il processo di individuazione, cioè la progressiva differenziazione psicologica dalle figure genitoriali. Questo processo implica inevitabilmente:

  • presa di distanza,

  • messa in discussione delle regole,

  • spostamento dell’investimento affettivo verso i pari.

Confondere questo movimento evolutivo con un “problema relazionale” rischia di portare a letture difensive e interventi poco efficaci.


Prima di giudicare una compagnia, è necessario conoscerla

Un passaggio fondamentale — e spesso trascurato — è che prima di definire un’amicizia come “negativa”, è necessario essersi presi il tempo per conoscere personalmente gli amici, non solo sparare giudizi basati su impressioni.


Dal punto di vista educativo, è invece essenziale osservare:

  • le dinamiche concrete del gruppo,

  • il ruolo che il proprio figlio assume al suo interno,

  • i comportamenti effettivamente messi in atto.

Invitare i pari a casa, creare occasioni di incontro osservabile, permette di passare da una lettura immaginata a una valutazione contestualizzata.


Quando l’amicizia diventa un fattore di rischio reale

Esistono situazioni in cui l’intervento genitoriale è necessario e non negoziabile. Parliamo di indicatori oggettivi di rischio, come:

  • uso di sostanze,

  • comportamenti delinquenziali,

  • violenza verso persone o animali,

  • danni intenzionali e ripetuti a cose.

In questi casi, limitare o interrompere la frequentazione rientra pienamente nella funzione di tutela adulta.

Tuttavia, anche qui è importante non fermarsi all’atto proibitivo. La domanda educativa rimane:

quale bisogno stava cercando di soddisfare quel comportamento?

Ricerca di appartenenza, di intensità emotiva, di riconoscimento, di autonomia?

Senza questa lettura, il rischio è di spegnere il comportamento senza comprendere il processo che lo ha generato.


Una cornice teorica utile: identità e relazioni sociali

Un riferimento classico per comprendere il ruolo delle relazioni in questa fase è il modello psicosociale di Erik Erikson, secondo cui la crescita passa attraverso crisi evolutive necessarie.

Nella transizione preadolescenziale, le relazioni con i pari diventano un laboratorio in cui il soggetto lavora sul conflitto tra identità e confusione di ruolo, anticipando le sfide dell’adolescenza vera e propria.

In questa prospettiva, l’amicizia non è un accessorio, ma una funzione strutturante dello sviluppo.


Domande di coaching per i genitori

Per concludere, due domande che possono orientare una riflessione più profonda:

  • che cosa mi spaventa realmente di questa amicizia?

  • quale bisogno evolutivo potrebbe essere in gioco per mio figlio o mia figlia?

Spesso, dietro la preoccupazione per le compagnie, si nasconde una domanda più ampia sul cambiamento, sulla fiducia e sulla trasformazione del ruolo genitoriale.


Bibliografia

  • Erikson, E. H. (1968). Identity: Youth and Crisis. New York: Norton.

  • Rubin, K. H., Bukowski, W. M., & Parker, J. G. (2006). Peer interactions, relationships, and groups. In Handbook of Child Psychology.

  • Brown, B. B., & Larson, J. (2009). Peer relationships in adolescence. In Handbook of Adolescent Psychology.


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