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Allenare i preadolescenti all’autocontrollo.

Perché insegnare l'attesa è un regalo per il loro futuro.


Prima o poi tutti i genitori si trovano davanti alla stessa domanda.

Quando nostro figlio o nostra figlia preadolescente desidera qualcosa,

è giusto soddisfarlo immediatamente oppure è meglio chiedergli di aspettare?

Non sto parlando delle piccole cose quotidiane — andare a mangiare una pizza, guardare un film insieme, uscire con gli amici. Mi riferisco a quei desideri che richiedono una certa organizzazione: un oggetto costoso, un’attività che comporta tempo, soldi o un impegno da parte della famiglia.

In quei momenti non è sempre facile capire come comportarsi.

A volte potremmo permettercelo economicamente e sappiamo che renderemmo nostro figlio felice. Altre volte siamo semplicemente stanchi e dire di sì sembra il modo più rapido per evitare una discussione.

Succede anche che inconsciamente entri in gioco una sorta di competizione con l’altro genitore: il desiderio di essere quello più disponibile, quello che dice più spesso sì.


Ma la domanda davvero importante è un’altra.

Quando esaudiamo subito ogni richiesta, stiamo davvero dando qualcosa ai nostri figli o stiamo togliendo loro un’occasione di crescita?



la pagella delle medie
aiutare i nostri figli a saper attendere la gratificazione

La difficoltà dei ragazzi a tollerare la frustrazione

Uno dei temi che emerge più spesso nelle sessioni con i genitori riguarda proprio questo.

Molti raccontano che i loro figli fanno molta fatica a sopportare la frustrazione.


Magari ti riconosci anche tu in alcune di queste situazioni:

  • tuo figlio si arrabbia molto quando qualcosa non va come vorrebbe

  • perde rapidamente interesse quando un’attività diventa difficile

  • tende a mollare quando il risultato non arriva subito

Non parlo solo della scuola o dello sport.

Spesso si tratta di una difficoltà più generale a stare dentro l’attesa di un risultato desiderato.

Ed è qui che entra in gioco una competenza fondamentale: l’autocontrollo.


Che cos’è davvero l’autocontrollo

L’autocontrollo non significa reprimere le emozioni.

Significa riuscire a gestirle quando qualcosa non accade nel modo o nel tempo che vorremmo.

È la capacità di:

  • tollerare un ostacolo

  • resistere a un impulso

  • mantenere la motivazione anche quando arriva la fatica

In altre parole, chi sviluppa autocontrollo impara a stare nello spazio tra il desiderio e la sua realizzazione.

Ed è proprio in quello spazio che avviene una parte importante della crescita.


Si nasce con l’autocontrollo?

Molti genitori si chiedono se questa capacità sia innata.

La risposta è no.

L’autocontrollo non è un tratto fisso della personalità. È una competenza che si costruisce nel tempo, soprattutto attraverso le esperienze quotidiane.

Quando i bambini sono piccoli è giusto che l’adulto risponda velocemente ai loro bisogni: hanno bisogno di noi per sopravvivere e regolarsi.

Ma crescendo le cose cambiano.

Con il tempo è importante che tra il momento in cui nasce un desiderio e quello in cui viene soddisfatto si crei uno spazio di attesa.

Ed è proprio in quello spazio che i ragazzi imparano qualcosa di molto prezioso.


L’attesa come allenamento emotivo

Se un ragazzo cresce abituato ad avere tutto immediatamente, quando nella vita incontrerà un limite reale — qualcosa che non dipende più dai genitori — potrebbe sentirsi disorientato.

In quei momenti la reazione più frequente è la rabbia.

Ma spesso dietro quella rabbia si nasconde altro: paura di non farcela, paura di sentirsi impotente, paura di non essere all’altezza della difficoltà.

L’attesa, vista da questa prospettiva, non è una punizione.

È un allenamento emotivo.

È un modo per aiutare i ragazzi a scoprire che possono desiderare qualcosa, impegnarsi e costruire la strada per ottenerla.


Attenzione: non tutto deve diventare una prova

Questo non significa trasformare ogni richiesta dei figli in un percorso educativo.

Se tuo figlio ti chiede una pizza o di guardare un film insieme, non serve costruire una lezione di vita.

Il tema riguarda soprattutto quei desideri più grandi, quelli che richiedono tempo, organizzazione o un investimento economico.

Quando introduciamo un po’ di attesa in queste situazioni succedono spesso due cose interessanti.

Alcuni desideri perdono importanza.I ragazzi capiscono da soli che forse non erano così fondamentali.

Altri invece diventano ancora più forti.

E quando questo accade, i ragazzi sono spesso disposti a impegnarsi davvero per raggiungere ciò che desiderano.


Perché aspettare può rendere più felici

Esiste un esperimento molto famoso che ci aiuta a capire quanto sia importante la capacità di aspettare.

Negli anni Sessanta lo psicologo Walter Mischel condusse quello che oggi è conosciuto come esperimento del marshmallow.

Ai bambini veniva offerta una scelta semplice: mangiare subito un marshmallow oppure aspettare qualche minuto per riceverne due.

Alcuni mangiavano subito il dolcetto.Altri riuscivano ad aspettare.

Negli anni successivi i ricercatori hanno osservato che i bambini che avevano sviluppato una maggiore capacità di rimandare la gratificazione tendevano ad avere migliori risultati scolastici e una maggiore capacità di gestire lo stress.

Naturalmente non è l’unico fattore che determina il successo nella vita.

Ma questo studio ha mostrato quanto la capacità di aspettare sia legata alla capacità di affrontare le difficoltà.


Il cervello e la gratificazione immediata

C’è anche un aspetto interessante che riguarda il funzionamento del cervello.

Quando riceviamo gratificazioni immediate e continue, il cervello si abitua molto rapidamente a quel livello di soddisfazione.

È un po’ come quando mangiamo qualcosa di molto dolce: dopo un po’ abbiamo bisogno di una quantità sempre maggiore per provare la stessa sensazione.

Quando invece un desiderio richiede tempo e impegno, la soddisfazione che proviamo nel raggiungerlo è spesso molto più intensa e duratura.

Questo vale per gli adulti.

E vale anche per i ragazzi.


Un piccolo esercizio di consapevolezza per i genitori

Ti lascio con una domanda che può diventare un piccolo esercizio di coaching.

La prossima volta che tuo figlio o tua figlia esprime un desiderio, prova a fermarti un momento e chiederti:

Se esaudisco immediatamente questa richiesta, sto davvero facendo il suo bene oppure sto semplicemente cercando di evitargli una frustrazione?

A volte la risposta sarà sì. A volte sarà no.

E va bene così.

Essere genitori non significa applicare un manuale perfetto.

Significa restare in relazione con i nostri figli mentre crescono.

E, in fondo, crescere insieme a loro.


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È uno strumento pensato per i genitori che vogliono osservare con più attenzione alcune dinamiche della relazione con i figli durante la preadolescenza.


A volte basta uno sguardo leggermente diverso per accorgersi che nella relazione tra genitori e figli esistono più possibilità di quelle che immaginavamo.


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